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Dopo parecchi anni ho deciso di tornare in NBFI per fare un’esperienza nuova e vedere come si è evoluta questa federazione negli ultimi anni: la lasciai parecchi anni fa con la vittoria di un titolo italiano nei medi con Matteo Cresti e la ritrovo oggi con questo Centro-Nord Italia.

Parto con il dire che io, Matteo Caravita e Daniele Cappi ci siamo trovati molto bene dal punto di vista umano ed organizzativo: la gara si divide tra pre-gara e gara stessa ed i tempi sono stati pressoché rispettati con rarissime eccezioni.

Location teatrale piccola, ma carina e con docce per gli atleti: unico difetto l’assenza di aria condizionata in teatro (decisione assurda a mio avviso, ndr).

Quello che ho visto è un’associazione molto attenta agli atleti, all’organizzazione e al pubblico, nonché alla promozione della cultura natural (per quel che possa contare nella pratica del mondo reale,ndr). Sotto questo ultimo punto di vista ho visto con i miei occhi i test delle urine fatti, secondo regolare procedura è sigillati, a tutti i primi classificati. I giudizi sono stati molto coerenti e giusti e questo lo dico nonostante non sia contento totalmente: Matteo ha vinto nei medi, mentre Daniele ha ottenuto un quarto posto nei leggeri.

Matteo era in gran condizione e, rispetto ai Mondiali INBA ci siamo presentati con un total package più impressivo dovuto soprattutto a miglior timing dell’ultimo pasto pre palco e maggior rocciosità addominale. Sopra un po’ vuoto per i miei gusti su petto e spalle: vittoria meritata.

Daniele molto meglio che agli Italiani AINBB: tiraggio alieno, oltre ogni aspettativa (e per molti, possibilità) per una federazione natural. Il giorno dei suoi 36 anni si è presentato nella miglior condizione della sua vita: non di questa o quella gara piuttosto che di questo o quell’anno: della sua vita! Nonostante questo è stato messo quarto (coerentemente e giustamente, direi) e di questo sono molto dispiaciuto per lui dato il rapporto che ci lega.

Quello che è ho potuto notare è una forte predilezione per volumi e simmetrie e una quasi penalizzazione del conditioning ‘esasperato’. In volumi in primis , ed in linea, in secundis, Daniele è stato surclassato da dei veri fenomeni cui porgo i miei più sinceri complimenti.

Analizzando la situazione posso onestamente dire che Daniele non raggiunge la BF di chi gli sta avanti nemmeno al massimo del suo peso off-season (72 kg, ndr) e questo perché ciò non rispetterebbe la nostra idea di culturismo ed estetica per la sua fisicità. In questo mi sento davvero di dire che non sento mia la decisione di non premiare la capacità di raggiungere tiraggi ‘critici’, così come invece viene giustamente premiata la capacità (genetica o meno,ndr) di raggiungere una muscolarità fuori dal comune. La mia idea di culturismo prevede si i volumi, ma anche una definizione notevole e, soprattutto, un’uniformità di condizione tra upper e lower body che, per quanto difficile da ottenere, deve essere perseguita da atleti e trainer.

Ho visto davvero grosse masse muscolari, ma spesso ‘grezze’ e questo penso sia dovuto agli approcci allenanti che vedo vengono incentivati in NBFI.

Detto questo l’esperienza di Daniele in NBFI termina qui, mentre quella mia e di Matteo (e di tutte le altre persone che seguo o che si affidano a me per consulenze varie,ndr.) verrà attentamente vagliata e ponderata per il futuro prossimo venturo.

Bella gara quindi e bellissimo ambiente umano sottostante che mi ha permesso di rivedere persone che stimo molto professionalmente (penso di poter dire, per quel poco che le conosco, anche umanamente) come Riccardo Grandi con cui mi sono confrontato a lungo sia a Cornaredo che a Rimini; Stefano Travaglini che, oltre ad avermi impressionato per completezza ed una fisicità esplosiva, si è dimostrato anche molto aperto di vedute sugli approcci allenanti a dispetto di quanti molti pensano; Roberto Nanè che osservo con curiosità da anni sui fora e che si è classificato secondo nei massimi, nonché il suo coach Max Corallo che lo ha finalmente fatto maturare ed uscire al guscio; Francesco Gnudi che mi ha stupito per maturità di analisi in rapporto alla giovanissima età prima ancora che per fisicità disarmante. Moltissime altre persone che non sto a citare una per una, ma che ringrazio per volontà e disponibilità nello scambiare due parole insieme fintanto a venirmi a cercare ‘alla cieca’.

Chiudo il resoconto dicendo che, nonostante io non pubblichi mai foto mie, ne ho parecchie con le persone per me care e le tengo nel cuore gelosamente.
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Due persone diverse, due metodi diversi (per una ‘new’, per l’altra ‘old’,ndr.), per entrambi risultati.

Il mercato attuale del fitness mi impone di essere più social di quanto io lo voglia intimamente poiché oramai tutto si muove su internet e sui canali dei social network.

La meraviglia dell’era digitale consiste nella straordinaria accessibilità a tutti delle informazioni più disparate e questo sarebbe un grandissimo strumento di crescita culturale laddove non fosse miseramente naufragato nei suoi presupposti di base.

Se è da una parte vero che oggi in internet possiamo trovare qualsiasi tipo di informazione, è altrettanto vero che le informazioni che si vanno a cercare vengono fruite in maniera del tutto orizzontale e superficiale, senza analisi verticale. La stessa scrittura o realizzazione di un video di contenuti deve essere forzatamente breve poichè il troppo stanca l’audience. Non vuole essere questo il caso, quindi andrò diretto al cuore della questione senza tediarvi ulteriormente.

Nei social il livello delle discussioni riguardanti il fitness è davvero bassissimo e la piccola parte dei post ed interventi meritevoli si perdono nella miriade di commenti inutili che li circondano poiché, purtroppo, è concesso a tutti il diritto di replica anche laddove non ci siano competenze reali a supporto.

La grande mole di informazioni scientifiche a nostra disposizione porta a due posizioni principali e contrapposte:

  1. I nerd del fitness
  2. I facilitoni del ‘mangia e spingi’

Nella prima categoria troviamo solitamente i divulgatori (verso cui nutro molta stima per certi versi) i quali basano ogni loro ragionamento o decisione su degli studi scientifici che portano a supporto di ogni loro affermazione, tralasciano però spesso l’esperienza sul campo e giungono ad affermare la validità di alcuni approcci (smentendone altri) senza averli provati personalmente per il solo fatto che sono o non sono, basati ‘su evidenze scientifiche’. A fare loro compagnia troviamo i tecnici da tastiera e cioè coloro i quali sono dei veri esperti della tecnica e della biomeccanica sulla carta, ma hanno pochissima conoscenza ed esperienza della stessa all’atto pratico. In questo senso molti corsi, anche universitari, non aiutano ed assistiamo ad un’aberrazione della realtà che viene plasmata e deformata dalla carta quando dovrebbe, semmai, essere il contrario.

La seconda categoria è forse quella più pericolosa e, negli ultimi giorni, noto un’exploit degli interventi di questo genere di persone. Questa categoria sostiene che allenamento ed alimentazione siano scienze semplici e che si debba tornare all’old school evitando di complicare eccessivamente le cose. Sostengono che molti metodi di allenamento sono solo trovate commerciali, così come lo sarebbe l’eccessiva attenzione all’alimentazione. In questa categoria, che io ho identificato con il banale ‘mangia e spingi‘, troviamo in realtà una schiera di persone vastissima che va dall’allenamento old school ai fanatici della IIFYM, dai fedelissimi del 4×8 ai nostalgici del mangiare ad libitum.

Io trovo tutti questi atteggiamenti di cui sopra molto pericolosi ed estremamente fuorvianti per chi si approccia al fitness o vorrebbe viverlo al meglio. Se da una parte, infatti, la ‘over complication of things’ è una cosa che ripudio anche io nei novizi, dall’altra non si può banalizzare ogni cosa facendo passare chi lavora di cesello per stupido o venditore di fumo.

Mi domando quindi in maniera non polemica: se sia l’allenamento che l’alimentazione sono così semplici e, dato che ognuno di voi penso abbia provato in vita sua ad avere questo approccio ‘easy‘ ed ‘old school‘ che consiste nell’ABC codificato, perchè così poche persone ottengono risultati considerevoli (ovviamente escludiamo le persone supportate che sono le prime a fare questo genere di affermazioni paventando i loro risultati frutti di metodi basilari salvo poi prodigarsi nelle medesime stravaganze giocando ai piccoli alchimisti, ndr.)?!?

Io capisco e condivido intimamente il concetto di semplificare le cose e penso che per il neofita sia la cosa più sensata, ma con il passare degli anni fisico e cervello hanno bisogno di stimoli nuovi, di qualcosa che sottoponga muscoli e cervello a fare qualcosa che non hanno mai fatto per ottenere qualcosa di diverso da ciò che hanno sempre ottenuto.

Ai miei occhi affermare che allenamento ed alimentazione devono rimanere basilari vita natural durante è come dipingere un quadro con i soli bianco e nero: possiamo anche ottenere un capolavoro, ma corriamo il rischio di perdere molte sfumature della realtà.

La critica che viene fatta a chi propone qualcosa di diverso è sempre quella di fare del marketing. Anche qui condivido parte di ciò che viene detto in quanto ogni cosa, in ogni lavoro, ha delle componenti commerciali di marketing e denigrare questa parte di un lavoro significa non capirne una sua componente essenziale e quindi peccare professionalmente. Anche lo stesso inneggiare ad allenamenti old school e/o ad alimentazioni IIFYM è fare marketing se ci pensate bene, poichè si sta comunque cercando di vendere un metodo: un metodo semplicissimo, ma pur sempre un metodo.

Un’analisi più approfondita fa poi notare che, anche dal punto di vista lavorativo e professionale, lo spiegare un metodo nuovo o delineare certe finezze porta via moltissimo tempo al Personal Trainer di turno. Vendere e perorare metodi basilari e/o di autogestione ha quindi un tornaconto economico e tempistico, senza contare le minori rotture di scatole per il professionista (si spera, ndr.) pagato per la loro spiegazione. Molto comodo in effetti!!!

Concludo quindi questo mio flusso di coscienza dicendo che ogni cosa va contestualizzata e messa nel giusto ordine: ci sono momenti in cui un approccio basilare è non solo opportuno, ma anche necessario e ce ne sono altri in cui il coach, come un bravo scultore, deve lavorare di fino e trovare metodi, esercizi, esecuzioni, alimenti, timing, che si plasmino sull’esigenza della persona che abbiamo di fronte donandole un valore aggiunto. E’ questo a costituire il nostro plusvalore.

COACH

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Comincio con il ringraziare davvero tutti coloro i quali ci hanno supportato con il loro affetto ed il loro tifo in questo percorso: per i ragazzi è stato importante sentire il vostro calore e questo li ha spronati a fare bene. Un ringraziamento sentito va anche alla AINBB che ha messo in piedi una gara su un palcoscenico tra i più belli e prestigiosi d’Italia: un’emozione in più per chi lo ha calcato lo scorso week end.

Sono stati mesi di preparazione molto duri per i ragazzi e, man mano che il giorno della gara si avvicinava, la tensione cresceva e con questa le mie aspettative e le mie richieste nei loro confronti. E’andata bene, molto bene a dire il vero, ma i bei risultati conseguiti lasciano ora il posto alle nuove sfide a venire per chi di loro continuerà questo percorso. Questa gara bolognese ha dato loro la consapevolezza che nessuna competizione è facile e che, quando meno te lo aspetti, possono emergere problematiche impreviste e situazioni che richiedono capacità decisionale immediata.

Quattro persone diverse, di sesso diverso, quattro categorie differenti e quattro preparazioni completamente diverse, ma tutte accumunate da determinazione e concentrazione sull’obiettivo. Io non sono un estremista dell’individualizzazione ostentata, ma quando le situazioni lo richiedono si deve cucire addosso ad ogni persona la programmazione più adatta, ferma restando l’assoluta soggettività dei piani alimentari che non possono che essere differenti. Quattro atleti, da quattro diverse zone d’Italia molto lontane tra loro che si sono trovate unite da una passione e dalla consapevolezza di essere parte di un gruppo, di un progetto, di un’idea di cultura corporis. Sono fiero delle persone prima ancora che degli atleti che ho portato sul palco e la mia più grande soddisfazione è l’aver dato un piccolo contributo alla loro formazione personale e caratteriale.

Aldo è un ragazzo giovanissimo di soli vent’anni che ha dimostrato la serietà e concentrazione di un adulto: sempre rispettoso e preciso nel fare ciò che gli chiedevo. Ha dovuto rivedere il suo concetto di alimentazione e ha lasciato da parte l’orgoglio dei numeri sulla bilancia, ma lo ha fatto con gioia e passione.

Mattia è una persona molto timida ed introversa, provata dalla vita e con le responsabilità della propria famiglia: è una persona che parla pochissimo, un gran lavoratore dentro e soprattutto fuori dalla palestra. Si è fidato ciecamente di me e delle mie decisioni mettendo da parte le incertezze che affioravano nel suo io interiore ed il vederlo mettersi in discussione ed aprirsi al mondo è stata la mia più grande emozione e soddisfazione personale.

Mario è un’altra persona molto schiva, visceralmente legata a Marco, il suo gemello, con cui ha iniziato questo percorso e con cui condivide ogni aspetto della sua vita e delle sue passioni. Marco ha dovuto mollare la presa nel corso degli ultimi mesi a causa di alcune noie fisiche, problemi ai denti e tatuagi vari da finire: per Mario non è stata certo una scelta facile la decisione di andare in gara e, fino all’ultimo, ho dubitato anch’io avesse la determinazione di andare fino in fondo senza accontentarsi del ‘fisico da spiaggia’. E’ salito sul palco senza Marco e lo ha fatto con cognizione e presenza di palco.

Milena oramai è un’agonista navigata che per questa preparazione è stata totalmente affiancata dal suo compagno Daniele il quale è a sua volta seguito da me e con cui sono stato sempre in contatto. Ha gareggiato con donne 10 anni più giovani di lei ed ha tenuto il palco in maniera egregia. Non l’ho mai vista nè sentita lamentarsi di un piazzamento perchè per lei il palco è una passione e non una schiavitù.

Sono fiero di tutti loro, ognuno/a mi ha dato emozioni e soddisfazioni che ripagano ampiamente il lavoro da me profuso e lo stress accumulato.

Per alcuni trainer si tratta solo di business, io le gare e le preparazioni di chiunque seguo le vivo di pancia, visceralmente, le sento nel sangue e non sono disposto a tradire la fiducia di chi crede ed investe su di me. Sono un incontentabile perfezionista che sorride a questo recente passato e guarda ottimista al prossimo futuro.

Chiudiamo quindi questa parentesi del Campionato Italiano Esordienti e The Best Natural Show AINBB con un palmares notevole che sarà da stimolo per i progetti futuri a venire agonistici e non.

ALDO CAMPIONE ITALIANO ESORDIENTI CAT. JUNIORES

MATTIA CAMPIONE ITALIANO ESORDIENTI CAT. HP-6

MATTIA CAMPIONE ITALIANO ESORDIENTI CAT. -75 KG

MARIO 2° CLASSIFICATO CAMPIONATO ITALIANO ESORDIENTI CAT. MEN PHYSIQUE (Cat. Unica)

MILENA 2° CLASSIFICATA BIKINI OVER 35 THE BEST NATURAL SHOW

ALDO 2° CLASSIFICATO JUNIORES UNDER 25 THE BEST NATURAL SHOW

Grazie ancora a tutti.

COACH

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A quanti di voi è capitato di conoscere delle persone che hanno scelto di assumere AAS e di aver notato in loro un più o meno marcato cambiamento dell’umore? Sensazioni personali, percezioni, o vere e proprie mutazioni?

Questo articolo prende in esame uno studio sull’uomo che non ci da una risposta definitiva, ma ci fornisce un’indicazione molto precisa ed interessante di ciò che in molti hanno notato in via esperienziale: gli AAS ti cambiano non solo i muscoli, ma anche il cervello!

Uso questa locuzione non ‘per modo di dire’, ma in senso strettamente fisico-anatomico. Veniamo quindi allo studio[1]:

10 persone con alle spalle almeno 20 anni di allenamento con i pesi senza utilizzo di AAS sono state messe a confronto con 10 pari età con altrettanta anzianità di allenamento e contemporaneo uso di AAS in una posologia pari, in media, a 1.500 mg a settimana. Tutti 20 i partecipanti sono stati sottoposti a risonanza magnetica ed i risultati hanno evidenziato:

  • Aumento volumetrico dell’amigdala destra di circa il 20%;
  • Aumento volumetrico dell’amigdala sinistra moderato;
  • Riduzione dello spazio tra amigdala destra (rsFC) e regioni celebrali deputate al controllo cognitivo e memoria spaziale.

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Nel precedente articolo abbiamo visto come vengono prodotte le proteine in polvere, rimane ora da capire come valutare se quella che vogliamo comprare è una proteina di qualità o meno.

La prima cosa da fare per sapere se stiamo assumendo una proteina di buona qualità sta sempre nel saper leggere le etichette che ci vengono fornite dai produttori.

E’ opportuno diffidare dalle proteine in cui figura la scritta ‘protein blend’ e come primo ingrediente del blend compare la dicitura ‘proteine del siero del latte concentrate’ (WPC), questo perché la dicitura WPC è una sigla generica che sta ad indicare una concentrazione proteica variabile tra il 34% e l’80% a meno di specifica indicazione sulla titolazione proteica (cosa che i produttori si guardano bene dall’indicare). Il problema sta nel fatto che gli ingredienti, per legge, devono essere indicati in ordine di concentrazione senza però indicarne l’esatta quantità contenuta e, se il primo ingrediente è una WPC a bassa percentuale proteica messa in grande quantità, probabilmente la proteina che si sta ingerendo è pessima nonostante nella rimanenza del blend siano presenti  ottime fonti proteiche (come ad esempio proteine idrolizzate o proteine del siero del latte isolate) la cui quantità può essere però davvero risibile.

Bisogna poi prestare estrema attenzione al profilo aminoacidico ed alle diciture quali ‘blend aminoacidico’ in quanto il contenuto proteico può essere alterato dalla presenza di aminoacidi non essenziali quali glicina, alanina e taurina che sono inseriti al solo scopo di accrescere il contenuto  di azoto del prodotto che viene analizzato con un test sviluppato più di due secoli fa.

Questo test valuta il contenuto di proteine in base alla quantità di azoto risultante dalle analisi: si capisce bene quindi che accrescendo il contenuto di azoto con aminoacidi non essenziali, si riesce a trovare un escamotage legale per aumentare la titolazione proteica in etichetta.

Il blend aminoacidico viene poi impreziosito con minime quantità di preziosi BCAA per nobilitare la miscela e per ingannare il consumatore. Inutile ribadire qui, come nel caso del blend proteico, che indicare i BCAA dopo gli aminoacidi non essenziali può significare una loro presenza minima nella miscela.

Particolare attenzione va fatta con la presenza dei cosiddetti fillers come le maltodestrine o altri polimeri del glucosio che sono dei polisaccaridi (costituiti da molte molecole di glucosio) che vengono utilizzati per accrescere il peso del prodotto e dolcificarlo. Sono sostanze non tecnicamente classificate come zuccheri (quindi in etichetta non verranno conteggiati come zuccheri), ma ad indice glicemico spesso molto alto come nel caso delle maltodestrine di cui sopra.

Dal punto di vista salutistico va poi prestata particolare attenzione alla presenza degli emulsionanti come l’olio di soia parzialmente idrogenato: questi composti, oltre a fungere da fillers ed aumentare il peso del composto, sono dannosi e di bassa qualità. Vengono utilizzati soparatutto per emulsionare e conferire cremosità alla proteina e renderla più buona, mascherandone la scarsa qualità di base.

Il tipo di proteina da comprare (concentrata od isolata), il trattamento di estrazione subito, i valori dichiarati in etichetta, nonché il costo sono quindi non una certezza, ma un buon indice sulla qualità della stessa acquistanda. Buon senso vuole che minori siano gli ingredienti in etichetta, più facile ed immediata sia la comprensione del label.

Per tutte queste ragioni pretendete al momento dell’acquisto l’etichetta nutrizionale e soprattutto imparate a leggerla poichè, molto spesso, è volutamente non chiara e fuorviante.

COACH

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Negli ultimi anni a causa delle politiche europee sulle quote latte e della scarsità dello stesso nel mercato USA abbiamo assistito ad un incremento costante dei costi delle proteine in polvere. Il problema di base è per l’appunto la scarsità della materia prima che in Europa deriva dalle quote latte, mentre negli Stati Uniti deriva dal fatto che gli allevatori indipendenti preferiscono vendere il loro latte nei mercati cinese e russo, il cui boom demografico ha portato con sé un’impennata della domanda dei prodotti a base di latte.
Il latte, prima di essere raccolto, viene valutato in base a temperatura, colore ed odore e, se viene approvato, viene poi raccolto in cisterne in acciaio inossidabile e trasportato via terra agli impianti caseari. L’aumento dei costi dei carburanti è stato un punto cruciale che ha portato all’aumento dei costi del latte e dei suoi derivati, ivi incluse le proteine in polvere. Una volta arrivato agli impianti lattiero-casearii il latte viene ri-ispezionato e, se il controllo va a buon fine, viene immesso in cisterne refrigerate per poi essere pastorizzato (un processo che lo riscalda a 72-73° per uccidere tutti i germi ed i batteri) e ri-refrigerato. A questo punto si può pensare alla produzione dei formaggi che vengono prodotti a partire dalle caseine, le quali costituiscono l’80% delle proteine presenti nel latte intero (il 20% rimanente è costituito dal siero che è la parte liquida drenata in questo primo filtraggio).
Questa parte ci fa capire un’altra cosa importante: oltre alla scarsità di materia prima c’è anche un ulteriore divisione delle stesse caseine che devono essere divise tra la produzione di formaggi (il vero prodotto ‘pregiato’ e preferenziale) e quella di proteine a lento rilascio.

Il siero filtrato, invece, è costituito solo dal 15% di proteine mentre il rimanente 85% è costituito da lattosio (zuccheri) e grassi. Il siero subisce una serie di filtraggi ulteriori chiamati micro ed ultra filtrazione che rimuovono zuccheri e grassi, mantenendo la parte nobile: le proteine del siero del latte.
Questa parte prende il nome di proteine concentrate del siero del latte (WPC) e, a seconda dei filtraggi, può avere una titolazione che varia dal 34 all’80%. La maggior parte delle proteine ottenute con questo processo rimane tale, ma una piccola parte subisce ulteriori costosissimi processi di microfiltrazione attraverso membrane fisiche (le quali devono essere sostituite spesso) o, artificialmente, attraverso processi detti a scambio ionico. Queste procedure le depurano ulteriormente rendendole proteine del siero del latte isolate (WPI) con una percentuale proteica superiore al 90% su base secca.
A questo punto, entrambi i tipi di proteine devono essere ridotti in polvere e questo avviene attraverso un processo di ‘asciugatura’. I fluidi vengono immessi in un macchinario il quale li spruzza con uno spray nebulizzante che separa i fluidi in minuscole gocce, le quali vengono ‘asciugate’ con aria calda lasciando le proteine finite sotto forma di polvere.
A questo punto le polveri proteiche vengono vendute alle grosse multinazionali le quali le utilizzano nei loro composti e, dato che le grosse multinazionali del cibo ordinano quantità immani di questi prodotti (ottenendo anche dei prezzi più bassi), le aziende di integratori si trovano a lottare per le ‘rimanenze’ il cui costo, inevitabilmente, sale. E molto.

Tutti i fattori analizzati: dalla produzione alla ‘guerra’ per le materie prime hanno concorso al sempre crescente costo dei prodotti finali da noi tanto amati ed utilizzati.

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Il tricipite surale è un gruppo di muscoli situati nella parte posteriore della gamba composto da soleo e gastrocnemio.

E’ costituito da tre ventri i cui tendini si uniscono posteriormente a formare il tendine di Achille il quale si inserisce nella tuberosità posteriore del calcagno. La sua funzione è quella di flessione plantare del piede alla quale si aggiunge, per il solo gastrocnemio, la flessione del ginocchio.

Il tricipite della sura è uno dei muscoli (rectius, gruppo di muscoli) storicamente più recalcitrante alla crescita ed è per questo motivo che molte persone con ambizioni prettamente estetiche e non prestazionali tendono a non allenarlo o a farlo nel modo sbagliato.

Dopo questa prima breve parentesi anatomica necessaria, partiamo con il capire il perché questi muscoli sono così avversi all’ipertrofia.

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